Ogni anno, tra giugno e ottobre, milioni di ragazzi digitano «migliori università del mondo» e si trovano davanti una lista numerata. Primo il MIT, poi una fila di nomi anglosassoni, poi molto più giù qualcosa di familiare. Da quel momento la lista diventa il metro: se il mio ateneo è al centoventitreesimo posto, allora vale centoventitré. Vale la pena fermarsi e chiedersi che cosa, esattamente, quel numero misuri — perché misura qualcosa, solo non quello che chi lo guarda sta cercando.
Nel QS World University Rankings il 45 per cento del punteggio viene da due sondaggi d'opinione: uno tra accademici, uno tra datori di lavoro, ai quali si chiede di nominare gli atenei che stimano. Il 20 per cento sono citazioni scientifiche per docente, il 10 per cento il rapporto tra docenti e studenti, il resto quote di stranieri, reti di co-autorato e un 5 per cento di sostenibilità. Nel Times Higher Education il pilastro che si chiama «Teaching» vale il 29,5 per cento, ma quindici punti su ventinove e mezzo sono un altro sondaggio reputazionale e il resto conta dottorati assegnati e reddito dell'istituzione; circa dieci punti complessivi premiano tre voci di reddito — istituzionale, da ricerca, dall'industria. Nella classifica di Shanghai, la più antica e la più spietatamente sincera, il sondaggio non c'è nemmeno: premi Nobel e Medaglie Fields tra docenti e laureati, articoli su Nature e Science, ricercatori altamente citati, pubblicazioni indicizzate. La didattica non compare, e Shanghai almeno non finge il contrario — l'avevamo scomposta indicatore per indicatore leggendola dal lato del mercato in Le classifiche dicono dove va la domanda, il prezzo dice dove manca l'offerta.
Rileggendo quelle liste in cerca della voce «quanto si insegna bene qui», non la si trova. Il proxy più vicino è il rapporto docenti/studenti, e uno studio pubblicato quest'anno su Frontiers in Education, che ha messo alla prova l'impianto QS sui dati australiani, ha trovato che quel rapporto correla con il punteggio finale a r = 0,11, statisticamente indistinguibile da zero. Lo stesso studio ha misurato una correlazione di 0,98 tra i due sondaggi reputazionali, quel 45 per cento del totale: stanno misurando due volte la stessa cosa, cioè la fama. E la fama, per costruzione, arriva sempre con una generazione di ritardo.
Qui la faccenda smette di essere tecnica. Se una parte del punteggio premia il reddito dell'ateneo, la classifica misura anche quanto è ricco il sistema-Paese che gli sta attorno: l'Italia spende per l'università circa l'1 per cento del PIL, contro l'1,3 della Germania, l'1,7 della Francia, il 2,1 del Regno Unito e il 2,3 degli Stati Uniti. Non è contesto, è direttamente uno degli indicatori. Poi c'è la parte che i comunicati non citano. Un lavoro pubblicato su Higher Education ha ricostruito, con un disegno difference-in-difference che usa THE come gruppo di controllo, cosa è successo a ventidue atenei russi che tra il 2013 e il 2020 hanno firmato novantaquattro contratti con QS per 2,86 milioni di dollari tra pubblicità, consulenza e certificazioni a stelle: i clienti più assidui sono saliti in media di centoquaranta posizioni più degli altri, e il loro punteggio sul rapporto docenti/studenti è migliorato di 0,9 deviazioni standard senza che il rapporto reale, quello dichiarato alle autorità nazionali, si muovesse di un millimetro. E c'è la corsa che tutto questo innesca: uno studio del 2025 su Quantitative Science Studies ha isolato quattordici atenei tra India, Arabia Saudita, Egitto, Iraq e Libano con un più 234 per cento di pubblicazioni in quattro anni contro una media mondiale del 20, autori «iperprolifici» oltre i quaranta articoli annui in aumento del 670 per cento e prime firme in calo del 23. Nel frattempo Utrecht, una delle migliori università d'Europa, ha smesso di fornire i dati: tra le ragioni, il costo del solo processo di compilazione, stimato in 70-150 mila euro l'anno.
Con questa lente, la posizione delle università italiane si spiega da sola. Nell'ultima edizione QS il Politecnico di Milano è 87°, la Sapienza 111ª, Bologna 123ª, Padova 204ª, il Politecnico di Torino 206°, e ventisei atenei su quarantasette migliorano mentre Germania, Francia e Regno Unito arretrano. Nella classifica di Shanghai 2026 nessun ateneo italiano entra nei primi cento — la Sapienza è la prima, in posizione 153 — ma quarantadue sono nei primi mille, un risultato che colloca l'Italia al sesto posto globale per numero di università dentro la top 500. È il ritratto di un sistema senza vetta e con una base larghissima: esattamente la forma che una classifica ordinale non sa rappresentare, perché la classifica ha una sola vetta e non ha nessuna base.
Il perché non ha quasi nulla a che vedere con la qualità di ciò che accade in aula. Gli atenei italiani sono pubblici, generalisti, ad accesso largo: tanti studenti per docente, che è una scelta di politica pubblica — l'università aperta a tutti — e che nell'aritmetica QS diventa un malus. Insegnano in italiano, e la quota internazionale ne risente: gli iscritti con titolo di studio conseguito all'estero sono 110.566 nel 2024/25, il 5,4 per cento del totale, contro il 10-20 per cento dei principali sistemi universitari europei, come abbiamo ricostruito in Quanti studenti stranieri arriveranno davvero nelle università italiane. Non hanno endowment da miliardi, né rette da quarantamila dollari, né apparati di fundraising. Bologna ha inventato la forma-università nel 1088 e in quella formula la cosa vale esattamente zero punti.
C'è però un flusso che le classifiche non contano affatto, ed è quello che dice la verità sull'attrattività italiana. Secondo il Rapporto annuale Erasmus+ della Commissione europea, nel 2024 sono arrivati in Italia 43.065 studenti dell'istruzione superiore, più 12.351 tra docenti e personale: seconda destinazione europea dopo la Spagna, davanti a Germania e Francia. Gli stranieri in Italia ci vengono eccome. Ci vengono per un semestre, non per sei anni - e il semestre, nella contabilità di QS, THE e Shanghai, non esiste. Lo stesso vale per i corsi in inglese che stanno cambiando la composizione della domanda, come nel caso raccontato in Medicina in inglese: la domanda che la riforma non tocca.
La prova del nove la fornisce QS stessa. La società pubblica una seconda classifica, la Best Student Cities, in cui invece di chiedere ai professori chi stimano chiede agli studenti dove starebbero bene: sicurezza, inquinamento, costo della vita, tasse universitarie, giudizio di chi ci ha studiato, quanti restano dopo la laurea. In quella graduatoria Milano è 39ª al mondo, Roma 47ª, Torino 66ª su centocinquanta città, e Milano è ventesima al mondo per attività dei datori di lavoro. Stessa azienda, stessi atenei, stesso anno: cambia solo la domanda, e l'Italia passa dal fondo classifica alla top 50. Non perché una delle due sia truccata, ma perché rispondono a due domande diverse. La prima è dove si produce ricerca che il mondo accademico anglofono riconosce. La seconda è dove si vive bene da studente. Il diciannovenne davanti al computer sta facendo la seconda domanda e legge la risposta alla prima.
Da quella lista mancano poi le voci che nella vita reale decidono tutto: che in Italia le tasse dell'università pubblica sono legate all'ISEE e per larga parte degli iscritti si azzerano, mentre altrove si esce laureati e indebitati; che gli iscritti con titolo estero sono più che raddoppiati in sei anni, da 51.600 a oltre 110 mila, scegliendo in massa atenei che la classifica colloca oltre il centesimo posto. Nessuno di questi numeri entra nel punteggio.
Siamo onesti fino in fondo: un uso le classifiche ce l'hanno. Chi vuole fare il dottorato in chimica dei materiali e cerca il laboratorio dove si pubblica di più troverà nella graduatoria per materia qualcosa di vero. Rispetto a quella domanda funzionano. Rispetto alla domanda «dove passo i prossimi tre anni della mia vita» non dicono niente, e il punto è che non sono mai state costruite per dirlo: sono un attrezzo prestato a un uso che non è il suo, e come tutti gli attrezzi prestati fanno danni.
Le tre cose che decidono davvero l'esito di un semestre non stanno in nessuna classifica. La prima è il dipartimento, non l'ateneo: un corso può essere eccellente dentro un'università mediocre, e il contrario è altrettanto comune. La seconda è quanto costa vivere lì, il numero che nessuno guarda finché non è tardi - a Bologna la questione di chi possa permettersi i posti letto che si costruiscono l'abbiamo affrontata in Cinquecentoquaranta posti letto, e il problema di chi può pagarli. La terza è se una stanza la trovi, e quando: la stagione ormai si apre a fine agosto, mentre il divario tra i posti letto annunciati e quelli che esistono davvero resta quello misurato in sessantatremila posti letto, e quelli che esistono davvero.
Un semestre non si rovina perché il tuo ateneo è 123° invece che 87°. Si rovina perché a settembre dormi in ostello. La classifica è un titolo di giornale; la stanza è la vita.
Quali criteri usano le classifiche internazionali delle università? QS assegna il 45% del punteggio a due sondaggi reputazionali, il 20% alle citazioni per docente e il 10% al rapporto docenti/studenti; THE distribuisce il punteggio su diciotto indicatori in cinque pilastri, con circa il 10% legato a voci di reddito; Shanghai usa criteri quasi interamente bibliometrici, tra premi Nobel, articoli su Nature e Science e pubblicazioni indicizzate. Nessuna delle tre misura la qualità della didattica.
Perché le università italiane non entrano nei primi cinquanta posti? Perché gli indicatori premiano la spesa per ateneo, la quota di studenti e docenti internazionali e la produzione scientifica in inglese. L'Italia spende circa l'1% del PIL per l'università contro il 2,1% del Regno Unito, ha il 5,4% di iscritti con titolo estero contro il 10-20% dei principali sistemi europei e un sistema fatto di molti atenei di taglia media anziché di pochi grandi aggregati.
Qual è la migliore università italiana nelle classifiche internazionali? Nell'ultima edizione QS il Politecnico di Milano è 87° al mondo e primo in Italia, seguito da Sapienza (111ª) e Bologna (123ª). Nella classifica di Shanghai 2026 la prima italiana è la Sapienza in posizione 153, con quarantadue atenei italiani nei primi mille.
Quanti studenti stranieri scelgono l'Italia? Gli iscritti con titolo di studio conseguito all'estero sono 110.566 nel 2024/25, più che raddoppiati in sei anni. Sulla mobilità di scambio l'Italia è la seconda destinazione europea dopo la Spagna, con 43.065 studenti Erasmus+ in entrata nel 2024.
Uno studente deve scegliere l'università guardando le classifiche? Le graduatorie per singola materia sono utili a chi cerca dove si fa ricerca di punta in un campo specifico. Per scegliere dove studiare contano di più il singolo dipartimento, il costo della vita nella città e la reale disponibilità di alloggi.
———
Fonti: QS Quacquarelli Symonds (World University Rankings, metodologia e pesi degli indicatori; scheda Academic Reputation; Best Student Cities, metodologia); Times Higher Education (World University Rankings 2026, metodologia); ShanghaiRanking Consultancy (Academic Ranking of World Universities 2026, agosto 2026); Frontiers in Education (Unpacking the metrics: a critical analysis of the 2025 QS World University Rankings, 2025); Higher Education (I. Chirikov, Does conflict of interest distort global university rankings?, 2022); Quantitative Science Studies (L. Meho, E. Akl, 2025; sintesi su Retraction Watch); NORC at the University of Chicago (International College Ranking Systems, settembre 2025); DUB — Universiteit Utrecht (sul ritiro dalle classifiche); Il Sole 24 Ore e Politecnico di Milano (posizioni italiane QS); ANSA (QS Best Student Cities, città italiane); Eurostat (Learning mobility statistics, dati 2024); MUR — Anagrafe Nazionale degli Studenti (iscritti con titolo estero, estrazione maggio 2026); Commissione europea (Rapporto annuale Erasmus+ 2024).
Osservatorio Atryo | ACADOMUS è una redazione indipendente. Libera condivisione con l'obbligo di citare la fonte.